Get the stick! on the road

Giugno 18, 2009 at 5:28 pm | In flicks | Leave a Comment
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Non ci si chiede mai perchè David Lynch non faccia paura; non ci si chiede mai perché non abbia l’aspetto di un tipo spaventoso, chessò, tipo Marilyn Manson o Joseph Fritzl; non incute niente di particolare, eccetto una normale riverenze e stima per i suoi lavori e un certo rispetto per la sua età; non incute terrore, ed è strano, perché i suoi film sono terrorizzanti. Bob è la cosa più disturbante che abbia mai visto, cattivo spietato e perverso insieme, peggio del ragno scoperto l’altra sera sul soffitto. I vari episodi di Dumbland sono raccapriccianti: fanno pensare a dei combattenti delle Farc che costringono i sequestrati a grattare, con le unghie fatte crescere per l’occasione, muri di gesso, su cui scorrono videoproiezioni di ciccioni e roulottes, il tutto cantato da Gigi D’Alessio. E solo per citarne un paio.


Insomma, David Lynch, a guardarlo bene, può sembra al massimo il socio strano di papà che ha un’insolita passione per, non so, cataloghi con campioni di tappezzerie.
Il sopracciglio autonomo di Lynch non si da tregua, ha in ballo un sacco di collaborazioni in cui scatta foto, gira dei video musicali, e tendenzialmente fa cose per giovani artisti (ok, Moby non è più un ragazzino, ma il pezzo è figo).
Inoltre sta portando avanti un progetto pazzesco, che potrebbe essere la risposta al suo aspetto rassicurante e affidabile, nonostante tutto. Si chiama INTERVIEW PROJECT, e consiste in una serie di brevi video, visibili solo in rete. Dal 1 giugno una troupe tele/cinematografica — non è chiaro se con o senza la presenza di Lynch — ha iniziato un viaggio attraverso gli Stati Uniti, partendo dalla California e spostandosi verso l’interno attraverso Arizona e Utah giungendo, per ora, fino in Colorado. Intervistano delle persone; persone che altrimenti sarebbe stato difficile incontrare, persone (vecchie povere alte magre basse nere senza denti miopi e non solo) che raccontano cosa pensano e cose fanno e cosa hanno fatto e cosa vorrebbero fare. Vengono tutti intervistati con discrezione, e rispondono con la calma e la saggezza che si conquista solo con gli anni.Lynch non rinuncia alla sua solita pellicola televisiva, ma questa volta è quella dei report di qualità, chiara e definita; se appare opaca è solo per una sottile tenda di pioggia che cade sull’abitazione dell’ultima intervistata, Clara. Abbandonata la pellicola con la grana coloratissima e fasulla da soap argentina, le persone, le cose, lo spazio si manifestano in tutta la loro pienezza, liberandosi finalmente dalle due dimensioni, acquistando la tridimensionalità che era stata negata a Naomi Watts, Laura Dern eccetera, bravissime certo, ma sempre un po’ troppo spiaccicate sullo schermo. Tutti gli intervistati, anche se perlopiù immobili nei loro ottanta e passa anni, si sporgono davvero verso di noi, tanto che spesso bisogna ricacciare indietro qualche lacrima.
E’ pure commovente, ma non strappalacrime. E’ popolare ma non volgare. Insomma, è come se Michael Moore, dopo una cura dimagrante seguita con successo, avesse preso in mano la cinepresa seguendo le indicazioni di una Miranda July che non strabuzza gli occhioni blu e decide di filmare in bianco e nero. Una cosa così, ma meglio.

Oh, pfefferminz

Giugno 9, 2009 at 10:41 pm | In augustus gloop | 1 Comment

Sono una cosa tipo troppo goduriosa. Una specie di After Eight gigante. Una tavoletta di Lindor alla menta.
Da Ritter Sport dicono che esistono anche in Italia. Non è vero. Non è vero, cazzo!

Originali-Tee

Giugno 9, 2009 at 11:44 am | In farts, fèsciòn, pics | Leave a Comment
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Il MIAMI ha fatto bleah. A parte un paio di gruppi bravi, tra cui i Mariposa che spaccavano con le loro mutandine e i loro pelosi torsi nudi, e gli immancabili Iori’s Eyes, tutto il resto eran brutte cose. Anche le bancarelle facevano schifo. Era come se avessero detto ehi, c’è una festa dell’Unità più di tendenza, venite! In realtà, come principio, va più che bene: si legge da qualche parte che c’è un festival di musica a pochi euro, è una bella giornata, e si decide di fare una scampagnata in un bel parco fuori Milano. Sulla sponda cool dell’Idroscalo a guardare i filippini emo che tornano a casa con la 73. Benissimo. Capita pure che uno scopra qualche nuovo gruppo, si compri una maglietta o un libro sfigato di Marco Philopat.
Ma quest’anno era tutto molto dozzinale e approssimativo, con bancarelle pescate direttamente dal mercato del martedì di Viale Papiniano, bagni inagibili, code interminabili per una misera salamella, poserismo da quattro soldi, eccetera. Insomma se prima Mr. “DIY” e co. se la menavano ma almeno l’intera faccenda era proprio carina e ben fatta, in quest’edizione ho visto solo un gran numero di camice a quadri.
Una cosa però c’era. Una bancarella tutta dai colori tenui, con piccole carte da lettere, e bustine, e quadernetti, e magliette, e due ragazzi pacati che stavano dietro il bancone. Vedendomi corrosa dall’indecisione sull’acquisto o meno di una certa t-shirt, una di loro mi racconta come funziona il loro lavoro. Le cose più interessanti erano alcune magliette: alla prima occhiata sembrava tutte stampe identiche, ma a guardarle meglio erano tutte impercettibilmente diverse. Così viene fuori che

i manufatti innamorarti sono frutto di una lavorazione totalmente artigianale realizzata a Torino. Abbiamo scartato la produzione industriale a favore della nostra passione per la serigrafia associata alla collaborazione con una piccola sartoria. Ogni stampa è tratta da un’opera grafica o pittorica ed è a tiratura limitata.

No, we can’t

Giugno 8, 2009 at 11:59 pm | In brögne, pics | 1 Comment
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Siccome non ce la possiamo fare come italiani, non ce la possiamo fare neanche come grafici pubblicitari. L’uso della prima persona plurale non è segnale di esultanza politica, ma di sconforto nazionale. Dopo i risultati delle elezioni europee – conseguenza, a mio avviso, prima di tutto di una pessima campagna di sensibilizzazione al voto – voglio rigirare un po’ il coltello nella piaga.
In piazza Piola e nei dintorni di Città Studi, sono stati appesi diversi cartelloni elettorali, chiaramente amatoriali ed abusivi, appiccicati con lo scotch e ridotti in poltiglia dalle recenti piogge. Due in particolare hanno colpito la mia attenzione; nel primo il candidato per l’UDC Augustin Mujyarugamba era affiancato da un altro, più panzuto ed italico candidato, che, con mano su spalla del primo, sorrideva orgoglioso dell’apertura interrazziale del suo partito (che manco la Mattel nelle sue azioni migliori). Il secondo manifesto è questo.

Sto male. Una pessima copia dell’Obama di Obey. E la cosa peggiore è che la gente, tutta presa dalla somiglianza e dalla terrificante imitazione, non pensa al candidato, sfruttato solo perchè “abbronzato”, e al massimo può mugugnare qualcosa sul pessimo gusto del ritocco grafico e sulla sfacciataggine dello slogan. Rimirando quest’elaborazione grafica, non solo ci si sente male per il signor Mujyarugamba che si è prestato a tale plagio, ma si ha anche l’impressione che la scelta della candidatura sia caduta su di lui solo per il colore della pelle; così il cittadino, tutto confuso da questi riferimenti posticci e scopiazzati, dimentica di informarsi sul candidato. Che, in giro, si apprende essere il presidente dell’Aipea, l’associazione di liberi professionisti ed imprenditori immigrati, essere ruandese e laureato in Ingegneria all’Università di Pavia, ed oltre a ciò sembra dire cose sensate riguardo al legame tra e-democracy e integrazione dei lavoratori immigrati in Lombardia.
Sì, ho fatto i compiti. Se l’obbiettivo era interessare l’elettore scimmiottando malamente e per l’ennesima volta i bluejeans, con me ci sono riusciti. Ma l’Italia forse dovrebbe imparare che il successo non sta nell’imitazione: la vincita non dura se è vinta stando con chi vince.

Una cacata pazzesca

Giugno 2, 2009 at 11:21 pm | In brögne, farts, flicks | Leave a Comment
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Ieri sera sono tornata a piedi dal Magnolia, dopo il concerto delle Vivian Girls e dei Pains Of Being Pure At Heart (che dicono sia il gruppo con “il nome più indie della storia dei gruppi indie”, ma a me ricordano al massimo degli agenti immobiliari del Wyoming, ma pare che se stai in Wyoming va già bene così), tenutosi sotto la grande cappella dei Vitaminic Days, che stanno per concludersi in questi giorni, e –nonostante il minimalismo pixelato e un po’ frös– stanno portando parecchi gruppi interessanti, come ad esempio domani sera The Women al civilissimo Lato b. Stavo appunto tornando a piedi dallo sventurato parco dell’Idroscalo, quando dopo molte vicessitudini a base di tangenziali, tantissimi scarafaggi, guardieparcheggi che mi impediscono di far pipì, topi assassini su per le gambe lì in mezzo dove giace la fessura più preziosa che possiedo, ecco, giunti al ponte che introduce l’automobilista e il povero pedone alle porte di Milano, il Fidanza mi fa notare una pubblicità estrema che campeggia gigantesca e ripetuta sul suddetto cavalcavia. Si annunciava l’arrivo nei cinema il 21 agosto 2008 (data di cui presi subito nota come termine ultimo delle mie vacanze) di S. Darko: (anche) Donnie aveva una sorella. Con le lacrime agli occhi, commossi da tale evento e già un po’ stizziti perchè avevamo dovuto apprendere tale notizia in modo così brutale e poco underground, iniziamo a fare congetture; ma certo, Maggie Gyllenhaal in forma smagliante dopo la gravidanza, ci offrirà una performance tenebrosa e piena di interrogativi, in cui noi sfigatissimi spettatori sottoculturali cercheremo di districarci consultando siti vari e timelines e wikipedie senza venirne a capo, ma consolandoci con una colonna sonora fichissima.
E invece no: this year ci aspetta –come prevedibile– di stare sui ceci. Sui ceci! Cast inesistente di attoruncoli minorenni che hanno limonato duro nelle serie, e serie tipo Gossip Girl; regista e sceneggiatori mai sentiti se non nei credit di qualche altra serie di poco interesse; guazzabuglio brutto e malfatto, teen come sono pessime le cose teen, manco teen alla Juno o robe così.


Stasera non esco

Giugno 1, 2009 at 2:52 pm | In farts, flicks | Leave a Comment
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Sempre a proposito di Cillian Murphy, il nostro amico irlandeso. Oltre ad essere bravo, pare pure un ragazzo sveglio: il suo ultimo ruolo è in un cortometraggio dal titolo The water. La cosa interessante è che questo filmato di 15 minuti è diretto da Kevin Drew, frontman degli Broken Social Scene, e prende spunto dall’omonimo singolo di Feist, tratto dall’ultimo album The Reminder. Per una settimana è stato possibile vederlo per intero in rete; anche se di primo acchito  sembra una brutta copia di qualche drama islandese con ballerine cieche, in realtà tutto l’insieme appare davvero sensato. The water mette in gioco un meccanismo paradossale: ricalcando l’atmosfera della canzone, sviluppa un video in cui i personaggi sono muti, e si parlano solo attraverso lo sguardo. L’intero panorama è congelato, freddo e statico: l’acqua, la fluidità e la voce del brano originario di Feist si trasformano in una comunicazione stentata ma allo stesso tempo vivacissima, proprio perchè lo spazio vuoto del gelo e del silenzio viene colmato da ognuno, da solo, come meglio crede. In più questo micro film ha il pregio di essere una di quelle cose piccole e civili, con personalità dimesse ed intelligenti, che lavorano bene e che possiedono una sensibilità fuori dal comune e allo stesso tempo condivisibile; una piccola cosa (indie) con persone pacate (indie) che fanno musica e film (indie) di qualità.
Oppure: mi piace rispondere alla casineria urlata delle ultime faccende “musicali” ed “estetiche” con un filmetto in cui un tizio con una faccia triste, un vecchio ed una ragazza non più tanto giovane piangono aggirandosi in una foresta innevata.

Antibiotici caserecci

Maggio 26, 2009 at 12:24 pm | In flicks | 1 Comment
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Colpita improvvisamente da una combinazione letale di tonsillite e torcicollo, sono stata costretta ad un weekend immobilizzato. Finiti i giornali e gli illustrati, terminate le riviste, esaurita l’ultima puntata di Lost, ho dato fondo al peggio del mio hard disk, scovando qualcosa che da tempo tentavo di vedere.
The edge of love, filmetto romantico su parte della vicenda personale di Dylan Thomas, durante la prima metà degli anni quaranta. Thomas è un poeta che non conosco bene, e infatti mi trovo in possesso di simile pellicola per motivi strettamente vaginali, puerili e demenziali.
Insomma, nel film recita Cilliano Marphino, pisello indiscusso di 28 giorni dopo e coppola cutting edge del Vento che accarezza l’erba (o l’orzo, a meglio dire, che vinse due anni fa a Cannes con grande giubilo del regista, Loach). Questo tizio è irlandese, neanche più giovanissimo e più il tempo passa più fa delle cacate pazzesche, tipo Red eye (si fa uccidere con una biro), Sunshine (una cosa mostruosa), Watching the detectives (stimabile solo per citare Elivs Costello); ogni tanto però gli capita di essere in film che sono in effetti più che apprezzabili. I suoi due primi lungometraggi sono tra questi, ed entrambi produzioni indipendenti irlandesi: Disco pigs, una specie di Gondry tragico e distorto, tratto da un dramma teatrale, e Intermission, storiella violenta e imbranata proprio com’è l’Irlanda, con alcuni dei primi pezzi degli U2 che, checchè se ne dica, spaccavano.
Quindi sudatissima e col termometro sotto l’ascella, mi appresto alla visione di The edge of love, con l’aggravante della lingua originale, che non è mica l’aiuonasganagana delle serie della HBO, ma il pretending to be welsh di un gruppo di autori inglesi.
Dicevo appunto un film che narra parte della vicenda biografica di Dylan Thomas, ma in realtà incentrata su minuzie sentimentali e apparentemente gonfiate di una coppia vicina al poeta, quella della cantante Vera Phillips e del capitano William Killick (Cillian Murphy). Il tanto peso dato alla figura della cantante si spiega con l’autrice della sceneggiatura, Sharman Macdonald, madre di Keira Knigthley, protagonista indiscussa della storia.
L’altra agitatissima coppia è quella di Thomas il poeta e sua moglie Caitlin; le storie dei quattro vorrebbero intrecciarsi in qualcosa tipo “una moderna storia d’amore, una moderna amicizia tra due donne”, con mogli emancipate, gente che fuma, caratteristici ciottolati londinesi nerissimi, tutto sullo sfondo di chissà quale epica sensibilità umana che non poteva non raccogliersi attorno ad un poeta alcolizzato.
Ahia.
In realtà ho avuto l’impressione che Dylan Thomas fosse solo lo spunto attorno a cui sviluppare gli unici pregi del film. Sienna Miller (Caitlin Thomas) è figa ma è anche molto brava, anche se il suo ruolo fa saltare i nervi; è commovente e forte senza cadere nel melodramma, è anzi capace di creare un personaggio che nonostante gli iniziali fastidi, si apprezza per la complessità e per un ventaglio di caratteri imprevedibili, ma, allo stesso tempo, umanamente attendibili. I costumi sono favolosi e pagherei oro una di quelle camicette di taffetà che indossano con tanta disinvoltura; non so quanto siano fedeli all’estetica dell’epoca, ma certi vestitini sono adorabili, così come vestaglie e giacche e scarpe, e anche – mai successo prima –  calze color carne potrebbero accendere un’erezione. La colonna sonora è di Angelo Badalamenti, cosa tendenzialmente sempre positiva; se ci si commuove è per i toni allungati della colonna sonora e non per le lacrimucce della neomamma di turno. Pare ci siano delle collaborazioni con Patrick Wolf e Siousxie, ma durante il film devo ammettere di non averle notate. Il paesaggio del sud del Galles – dove si svolge la seconda parte della vicenda – è pazzesco e struggente, molto più drammatico dell’amore tormentato o del trauma della guerra; il colore violaceo del cielo e la spiaggia che possiede ciottoli ben più autentici di quelli delle strade di Londra, sono capaci di dare forza e spessore a qualsiasi esperienza umana. Freddo e umidità non danno spazio alla leggerezza, e lo stravolgimento perpetuo dei moti climatici sono il luogo perfetto per una rappresentazione sincera della vita.
Beh.
Negli anni quaranta Swansea era così, un bel posto lacrimevole in cui la gente andava ad amarsi e in cui noi vediamo una location tipo larsvontrier ante fiordo, ma ai giorni nostri lì succede questo.

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