St. Vincent + David Byrne + 1/5 National
16/03/2010 alle 11:48 pm | Pubblicato in farts | 1 commentoEtichette: annie clark, david byrne, the national
Leggo e sbavo.
Leggo ora sul blog di David Byrne che pochi giorni fa St. Vincent ha tenuto un concerto di beneficenza per Haiti in non so quale sala di non so quale auditorium newyorkese. I due si conoscono già da tempo per via di quella collaborazione fatta insieme a Fatboy Slim per il concept album di Byrne su Imelda Marcos (…) e viene fuori che alla fine del concerto hanno suonato un pezzo insieme. Per l’esattezza Breathing, che si può vedere qui.
Tra le altre cose, fra il pubblico si nascondeva anche uno dei National (quale, boh) e allora, così tanto per viversi bene, Annie Clark ha fatto una cover di Mistaken for strangers.
Dipinti per satelliti: Molly Dilworth
16/03/2010 alle 11:07 pm | Pubblicato in pics | Lascia un commentoEtichette: Molly Dilworth, paitings for satellites

Molly Dilworth è un’artista statunitense che dipinge i tetti di New York per Google Earth: così l’arte (?) diventa fruibile e godibile anche—anzi, soprattutto e quasi solamente—via satellite.
Dell’artista di Brooklyn si può leggere in giro una breve dichiarazione: da sempre preferisce lavorare con materiali che, prima del loro sfruttamento come mezzo espressivo/artistico, sono stati utilizzati sempre nelle loro accezioni più ovvie e scontate. La sua attività si è poi evoluta in una forma insolita, ma senza subbio manifesta: giganteschi dipinti riprodotti in larga scala sui tetti della città e offerti all’obbiettivo di Google Earth.

Come a dire che la verticalità di un grattacielo può diventare la superficie piana di una tela e l’occhio dello spettatore (ovvero, del satellite) può offrirsi come funzionale e fondamentale all’esistenza del soggetto artistico. Google Earth non solo come canale di osservazione, ma prima di tutto come medium unico e insieme primo fruitore dell’oggetto che guarda.
Ci si potrebbe chiedere se l’apprendimento virtuale di questo gesto (la ripresa satellitare e, di conseguenza, la pittura fotografata) possa legittimare maggiormente o per nulla, possa nobilitare oppure sminuire l’opera artistica. O forse semplicemente mette a prova la propria tolleranza alle vertigini.
Nuova musica peso dei National: High violet
13/03/2010 alle 5:35 pm | Pubblicato in farts | Lascia un commentoEtichette: high violet, nuovo album, the national
Il nuovo album dei National uscirà l’11 maggio e si chiama High violet. Stanno faccendo un oooooh-oh! molto soft sul loro sito e in giro per internet, hanno presentato in grande esclusiva un nuovo pezzo al Jimmy Fallon Show, anche se la presenza programmata ed imbarazzante del pubblico obeso e squotente testa a ritmo fa passare la voglia di ascoltare fino alla fine. Ovviamente hanno in programma anche un tour che ovviamente non passerà in Italia.
Intanto Pitchfork ha intervistato il frontman, Matt Berninger. Ha detto diverse cose sensate e ha dimostrato una certa capacità di autocritica: pregio—e insieme difetto—dei National è una tendenza drammatica ed epica, che spesso è la radice del giusto tono e della loro bravura (nonché segno distintivo) ma che ogni tanto rischia di diventare eccessiva e sfociare un po’ nel ridicolo. Insomma, va bene lo strappamento de core. Ma con parsimonia, per carità d’Iddio, che il titolo all’inizio doveva essere Summer lovin’ torture party.
Restyling per le Banane Chiquita
09/03/2010 alle 4:07 pm | Pubblicato in augustus gloop, pics | Lascia un commentoLe Banane Chiquita hanno ricevuto un nuovo veste grafica. I due grafici Dj Neff e Mark Krajan hanno proposto una serie di adesivi da appiccicare al frutto giallo al posto dalla solita chiquita. A quanto pare hanno mangiato banane tutto il tempo per farsi venire una buona idea.
Gli Animal Collective al Guggenheim Museum di NY
09/03/2010 alle 12:02 am | Pubblicato in farts, pics | Lascia un commentoEtichette: animal collective, guggenheim museum, ODDSAC, Transverse Temporal Gyrus
Lo scorso 4 marzo, insieme all’ormai fissa presenza come videoartista e regista del gruppo Danny Prez (con cui è stato anche presentato al Sundance FF un visual album, ODDSAC) , gli Animal Collective hanno offerto al pubblico del Guggenheim di New York una performance unica e irripetibile, consumatasi in tre ore di audiovisualrecordingsetmovievszyxwstocazz. A detta del comunicato diffuso dagli stessi, Transverse Temporal Gyrus concentra la sua attenzione sulla tematica dell’ambiente, ma non sui ghiacci che si sciolgono e gli orsi polari alla deriva, bensì sul suo aspetto acustico e sonoro. Sembra che l’esibizione voglia, attraverso pezzi inediti registrati per l’occasione, proiezioni video e travestimenti dei 4 musicisti, astrarre i suoi autori in un’altra dimensione e coinvolgere il pubblico in questa trasformazione. La meta di questo viaggio è la giungla, e in particolare gli uccelli che popolano la selva incontaminata, un ambiente proposto come contrasto ai consueti rumori cittadini. Per quanto sia più spontaneo associare gli Animal Collective ad una realtà urbana, in realtà questi hanno definito—in un attacco di poetica?—il loro suono come “random”, esattamente come quello della cinciallegra che due giorni fa ti cinguettava sul davanzale.
P.s.: Si chiamano come un album di Jean Michel Jarre
25/11/2009 alle 7:02 pm | Pubblicato in farts | Lascia un commentoI Magnetic Fields hanno registrato un nuovo album e uscirà il 26 gennaio 2010 per la Nonesuch Records e si chiamerà Realism e pare avrà la stessa orrenda copertina di Distortion, solo che beige e non rosa. A febbraio inizierà il tour e passerà anche in Europa. Se non passa a Milano m’ammazzo.
Sembra che Realism costituisca una specie di dittico con Distortion, ma più folk. E siccome Stephin Merritt è sempre stata una persona con il sale in zucca, nonostante una produzione molto molto fluente, ha subito avvertito che sì, sarà folk, ma non troppo: “non ce la faccio ad ascoltare il suono di una chitarra acustica per più di tre minuti”.
È la band con i tre membri più brutti del mondo, eppure su youtube c’è un tizio che si è messo a fare video per ognuna delle loro 29 love songs. O meglio, ci ha provato: si è fermato a quota 13, ma non so come è riuscito ad azzeccare quasi tutte le mie preferite.
Get the stick! on the road
18/06/2009 alle 5:28 pm | Pubblicato in flicks | Lascia un commentoEtichette: david lynch, dumbland, interview project, moby
Non ci si chiede mai perchè David Lynch non faccia paura; non ci si chiede mai perché non abbia l’aspetto di un tipo spaventoso, chessò, tipo Marilyn Manson o Joseph Fritzl; non incute niente di particolare, eccetto una normale riverenze e stima per i suoi lavori e un certo rispetto per la sua età; non incute terrore, ed è strano, perché i suoi film sono terrorizzanti. Bob è la cosa più disturbante che abbia mai visto, cattivo spietato e perverso insieme, peggio del ragno scoperto l’altra sera sul soffitto. I vari episodi di Dumbland sono raccapriccianti: fanno pensare a dei combattenti delle Farc che costringono i sequestrati a grattare, con le unghie fatte crescere per l’occasione, muri di gesso, su cui scorrono videoproiezioni di ciccioni e roulottes, il tutto cantato da Gigi D’Alessio. E solo per citarne un paio.
Insomma, David Lynch, a guardarlo bene, può sembra al massimo il socio strano di papà che ha un’insolita passione per, non so, cataloghi con campioni di tappezzerie.
Il sopracciglio autonomo di Lynch non si da tregua, ha in ballo un sacco di collaborazioni in cui scatta foto, gira dei video musicali, e tendenzialmente fa cose per giovani artisti (ok, Moby non è più un ragazzino, ma il pezzo è figo).
Inoltre sta portando avanti un progetto pazzesco, che potrebbe essere la risposta al suo aspetto rassicurante e affidabile, nonostante tutto. Si chiama INTERVIEW PROJECT, e consiste in una serie di brevi video, visibili solo in rete. Dal 1 giugno una troupe tele/cinematografica — non è chiaro se con o senza la presenza di Lynch — ha iniziato un viaggio attraverso gli Stati Uniti, partendo dalla California e spostandosi verso l’interno attraverso Arizona e Utah giungendo, per ora, fino in Colorado. Intervistano delle persone; persone che altrimenti sarebbe stato difficile incontrare, persone (vecchie povere alte magre basse nere senza denti miopi e non solo) che raccontano cosa pensano e cose fanno e cosa hanno fatto e cosa vorrebbero fare. Vengono tutti intervistati con discrezione, e rispondono con la calma e la saggezza che si conquista solo con gli anni.Lynch non rinuncia alla sua solita pellicola televisiva, ma questa volta è quella dei report di qualità, chiara e definita; se appare opaca è solo per una sottile tenda di pioggia che cade sull’abitazione dell’ultima intervistata, Clara. Abbandonata la pellicola con la grana coloratissima e fasulla da soap argentina, le persone, le cose, lo spazio si manifestano in tutta la loro pienezza, liberandosi finalmente dalle due dimensioni, acquistando la tridimensionalità che era stata negata a Naomi Watts, Laura Dern eccetera, bravissime certo, ma sempre un po’ troppo spiaccicate sullo schermo. Tutti gli intervistati, anche se perlopiù immobili nei loro ottanta e passa anni, si sporgono davvero verso di noi, tanto che spesso bisogna ricacciare indietro qualche lacrima.
E’ pure commovente, ma non strappalacrime. E’ popolare ma non volgare. Insomma, è come se Michael Moore, dopo una cura dimagrante seguita con successo, avesse preso in mano la cinepresa seguendo le indicazioni di una Miranda July che non strabuzza gli occhioni blu e decide di filmare in bianco e nero. Una cosa così, ma meglio.
Oh, pfefferminz
09/06/2009 alle 10:41 pm | Pubblicato in augustus gloop | 1 commentoSono una cosa tipo troppo goduriosa. Una specie di After Eight gigante. Una tavoletta di Lindor alla menta.
Da Ritter Sport dicono che esistono anche in Italia. Non è vero. Non è vero, cazzo!
Originali-Tee
09/06/2009 alle 11:44 am | Pubblicato in farts, fèsciòn, pics | Lascia un commentoEtichette: inamorarti, iori's eyes, mariposa, MIAMI
Il MIAMI ha fatto bleah. A parte un paio di gruppi bravi, tra cui i Mariposa che spaccavano con le loro mutandine e i loro pelosi torsi nudi, e gli immancabili Iori’s Eyes, tutto il resto eran brutte cose. Anche le bancarelle facevano schifo. Era come se avessero detto ehi, c’è una festa dell’Unità più di tendenza, venite! In realtà, come principio, va più che bene: si legge da qualche parte che c’è un festival di musica a pochi euro, è una bella giornata, e si decide di fare una scampagnata in un bel parco fuori Milano. Sulla sponda cool dell’Idroscalo a guardare i filippini emo che tornano a casa con la 73. Benissimo. Capita pure che uno scopra qualche nuovo gruppo, si compri una maglietta o un libro sfigato di Marco Philopat.
Ma quest’anno era tutto molto dozzinale e approssimativo, con bancarelle pescate direttamente dal mercato del martedì di Viale Papiniano, bagni inagibili, code interminabili per una misera salamella, poserismo da quattro soldi, eccetera. Insomma se prima Mr. “DIY” e co. se la menavano ma almeno l’intera faccenda era proprio carina e ben fatta, in quest’edizione ho visto solo un gran numero di camice a quadri.
Una cosa però c’era. Una bancarella tutta dai colori tenui, con piccole carte da lettere, e bustine, e quadernetti, e magliette, e due ragazzi pacati che stavano dietro il bancone. Vedendomi corrosa dall’indecisione sull’acquisto o meno di una certa t-shirt, una di loro mi racconta come funziona il loro lavoro. Le cose più interessanti erano alcune magliette: alla prima occhiata sembrava tutte stampe identiche, ma a guardarle meglio erano tutte impercettibilmente diverse. Così viene fuori che
i manufatti innamorarti sono frutto di una lavorazione totalmente artigianale realizzata a Torino. Abbiamo scartato la produzione industriale a favore della nostra passione per la serigrafia associata alla collaborazione con una piccola sartoria. Ogni stampa è tratta da un’opera grafica o pittorica ed è a tiratura limitata.
No, we can’t
08/06/2009 alle 11:59 pm | Pubblicato in brögne, pics | 1 commentoEtichette: europee & provinciali 2009, obey
Siccome non ce la possiamo fare come italiani, non ce la possiamo fare neanche come grafici pubblicitari. L’uso della prima persona plurale non è segnale di esultanza politica, ma di sconforto nazionale. Dopo i risultati delle elezioni europee – conseguenza, a mio avviso, prima di tutto di una pessima campagna di sensibilizzazione al voto – voglio rigirare un po’ il coltello nella piaga.
In piazza Piola e nei dintorni di Città Studi, sono stati appesi diversi cartelloni elettorali, chiaramente amatoriali ed abusivi, appiccicati con lo scotch e ridotti in poltiglia dalle recenti piogge. Due in particolare hanno colpito la mia attenzione; nel primo il candidato per l’UDC Augustin Mujyarugamba era affiancato da un altro, più panzuto ed italico candidato, che, con mano su spalla del primo, sorrideva orgoglioso dell’apertura interrazziale del suo partito (che manco la Mattel nelle sue azioni migliori). Il secondo manifesto è questo.
Sto male. Una pessima copia dell’Obama di Obey. E la cosa peggiore è che la gente, tutta presa dalla somiglianza e dalla terrificante imitazione, non pensa al candidato, sfruttato solo perchè “abbronzato”, e al massimo può mugugnare qualcosa sul pessimo gusto del ritocco grafico e sulla sfacciataggine dello slogan. Rimirando quest’elaborazione grafica, non solo ci si sente male per il signor Mujyarugamba che si è prestato a tale plagio, ma si ha anche l’impressione che la scelta della candidatura sia caduta su di lui solo per il colore della pelle; così il cittadino, tutto confuso da questi riferimenti posticci e scopiazzati, dimentica di informarsi sul candidato. Che, in giro, si apprende essere il presidente dell’Aipea, l’associazione di liberi professionisti ed imprenditori immigrati, essere ruandese e laureato in Ingegneria all’Università di Pavia, ed oltre a ciò sembra dire cose sensate riguardo al legame tra e-democracy e integrazione dei lavoratori immigrati in Lombardia.
Sì, ho fatto i compiti. Se l’obbiettivo era interessare l’elettore scimmiottando malamente e per l’ennesima volta i bluejeans, con me ci sono riusciti. Ma l’Italia forse dovrebbe imparare che il successo non sta nell’imitazione: la vincita non dura se è vinta stando con chi vince.
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